E LE PISTE CHIUDONO
Piste che chiudono: troppe! Piste che aprono: poche, forse meno.
Lucchetti sui cancelli, roba brutta, messaggi chiari di un malessere diffuso. Corro il rischio di ripetermi affrontando un argomento che ha occupato questa colonna nei mesi scorsi, ma il dato di fatto oggettivo è preoccupante.
Qualche tempo fa vi avevo parlato dell’imbarazzante situazione in cui si era ritrovato il Motoclub Arco di Trento, costretto a sgomitare con chissà quale istituzione per evitare che un impianto storico come quello del “Ciclamino” chiudesse per lasciare spazio ad un campo da golf.
Bene, anzi male, perchè ora c’è dell’altro se almeno penso alla lettera dell’amico Andrea Trovò di Treviso. Cito le sue parole: “Ogni sabato devo fare centinaia di chilometri per allenarmi in piste da cross in quanto qui nel Veneto la situazione piste è un disastro”.
La regione Veneto in termini di licenziati ha un peso non indifferente. Ma le piste in cui praticare si sono numericamente ridotte. Le ultime in ordine di tempo a dover chiudere sono state Monselice e Marcon.
L’elenco degli impianti in sofferenza si allunga se si pensa su scala nazionale. Il problema non è infatti circoscritto ad una sola regione poiché si tratta di un male diffuso che si allarga a macchia d’olio.
Le difficoltà conseguenti all’inquinamento acustico hanno costretto alla resa anche il Motoclub Oriolo Romano che ha dovuto mettere i lucchetti alla pista di Serrale. Nelle Marche ha chiuso Acquaviva Picena.
Quel che un impianto efficiente può rappresentare per il nostro mondo credo sia noto a tutti. Intorno ad una pista si sviluppa attività e quindi lavoro. E, visto che il PIL (per esteso prodotto interno lordo) è entrato prepotentemente nel nostro quotidiano, facciamo in modo che qualcosa cambi.
Credo sia doveroso affrontare il problema con spirito di responsabilità anche e soprattutto con l’appoggio di Istituzioni ed Industria. FIM, UISP, ACSI e AICS. Non ne faccio una questione di legame all’una o all’altra associazione perché, per motivi diversi, salvaguardare il patrimonio rappresentato dagli impianti è un dovere di tutti: federazioni, costruttori, addetti ai lavori in genere.
Il nostro sport non è solo attività di vertice. Se è vero che dove non esiste un impianto se ne può costruire uno perché le circostanze lo richiedono (penso al Nazioni di Franciacorta) voglio credere che qualcosa si può ancora fare per garantire autonomia ed un futuro agli impianti distribuiti sul territorio.
Avevo ancora capelli e casco in testa quando potevo permettermi di scegliere se passare una giornata in moto a Olgiate Olona, Castiglione Olona, Vedano Olona, Schianno o Malpensa. Cinque impianti distribuiti in un fazzoletto di terra quasi che da un tracciato respiravi la polvere sollevata nella pista vicina. Non è paleolitico seppur di tempo ne è passato tanto.
La rinascita di Beuzi è un esempio da seguire. La pista ricavata sopra a Bussana di Sanremo, è nata negli anni settanta, è stata chiusa per tanto tempo e poi è tornata a riaprire in questi giorni grazie all’intraprendenza di Appassionati con la “A” grande. E la Liguria è tornata a respirare.
Facciamo in modo che Beuzi non rimanga un caso isolato.
EDOARDO PACINI
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