Un francese in America
di Edoardo Pacini
Il talento di Bayle emerge alla fine degli anni ’80. Vince due mondiali in sella alle ultime Honda veramente ufficiali – se ne vedranno sempre meno in Europa – e l’amico Pat Boulland lo convince a giocarsi la carriera in America. L’eccentrico fotografo francese ha gioco facile a convincere Roger De Coster a prendere in considerazione l’ingaggio del campione francese. Sa riconoscere il talento e Bayle ha un’ambizione che conosce bene: sicuramente gli ricorda la sua di quand’era pilota e volava regolarmente negli States per battere gli americani del suo tempo.
Quella di Bayle però è addirittura superiore. Hallman, Robert, De Coster, Sylvain Geboers, Karmaskers, Falta, Andersson, erano più forti degli americani. Sapevano batterli persino nei primi indoor. Bayle invece sa bene che il riferimento adesso è aldilà dell’Atlantico. Ha vinto due mondiali ma sentirsi davvero il più forte, ha chiaro che deve battere gli americani a casa loro. Magari nel Supercross. Che ama, ci si allena, soprattutto in vista per le sfide invernali al Paris Bercy Supercross.
De Coster comprende il potenziale, i responsabili Honda in Giappone un po’ meno, ma non ostacolano un programma micidiale. Bayle gli ha parlato, ancor prima di cominciare quel che sarà l’ultimo mondiale in Europa (250 nel 1989) ha già spiegato il suo sogno al manager belga. De Coster prepara il terreno a un pilota che ancora non è sbocciato del tutto, ma le intenzioni sono chiare.
“Non volevo trasferirmi in America perché volevo battere gli americani. Volevo correre con loro, coi migliori piloti del mondo, e non è stato facile farmi accettare dai fans americani. Per me era un onore poter correre nei campionati National e Supercross, era uno dei mie sogni di ragazzino. Sono cresciuto con l’obiettivo di andare a misurarmi con loro”.
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