AKIRA WATANABE. L’ULTIMO IMPERATORE
di Eric Johnson
L’unico giapponese della storia a scrivere il proprio nome nell’albo d’oro dei Campioni di Motocross
Sin da quando nel 1957 la FIM istituì il Mondiale di Motocross – inizialmente per la classe 500 cc – numerosi costruttori di motociclette investirono incommensurabili risorse finanziarie, umane e ingegneristiche per sostenere il processo di ricerca e sviluppo di un prodotto sempre più raffinato, per le vendite del prodotto stesso, nonché per l’autostima e il morale dell’azienda. Ma soprattutto per prestigio di vincere la tabella numero uno del Campionato Mondiale.
La classe 250 assunse lo status Mondiale nel 1962, mentre la 125 ci arrivò solo nel 1975. In sessant’anni di storia, il Motocross Mondiale ha assegnato ben 156 titoli, di cui 90 alle quattro Case giapponesi: Honda, Suzuki, Yamaha e Kawasaki. Grossomodo, ben oltre il 50% delle medaglie d’oro FIM sono state aggiudicate da una moto fabbricata nel Paese del Sol Levante.
Come si sa, dal 1957 al 1969 il Motocross Mondiale era dominato dai costruttori europei come Maico, Jawa, BSA, CZ e Husqvarna e la prima marca giapponese a imporsi fu la Suzuki, quando nel 1970 il belga Joel Robert sconfisse il connazionale Sylvain Geboers e si fregiò del titolo 250 in sella alla Suzuki RH70 dotata di un motore da 32 cavalli. Dove vogliamo arrivare dicendovi tutto ciò?
Nella storia del Motocross hanno vinto almeno un titolo Mondiale piloti in rappresentanza di 19 Nazioni. La nota curiosa e interessante è che nonostante l’incetta di allori iridati da parte delle Case costruttrici giapponesi, un solo pilota della nazione motociclisticamente parlando più potente al mondo è riuscito a scrivere il proprio nome nell’albo d’oro dei Campioni. Si chiama Akira Watanabe e nel 1978 vinse il titolo della classe 125. Negli anni che seguirono nessun altro pilota nipponico è più riuscito nell’impresa.
Watanabe è nato nel 1954 a Utsunomiya, una città di oltre 500mila abitanti nelle vicinanze di Tokyo. La folgorazione per il motocross gli arrivò vedendo un cinquantino da corsa esposto nella vetrina del concessionario di fronte casa. Non se lo lasciò sfuggire e dopo soli due anni era già in pista per confrontarsi coi ragazzini della sua età. Eccellendo nelle gare regionali e territoriali in tutto il Giappone, a 17 anni Akira attirò l’attenzione di Suzuki Motor Corporation che lo ingaggiò per testare e sviluppare le moto da cross di produzione del marchio.
Nel 1974, a 19 anni e già professionista, vinse il Campionato Japponese sia della classe 125 sia della 250. Un anno più tardi, realizzò il sogno di bambino di essere mandato in Europa per disputare il Campionato Mondiale classe 125. E qui inizia la leggenda dell’Ultimo Imperatore.
Quel mese gli cambiò la vita…
Nell’inverno del 2012 sono riuscito a conoscere Akira Watanabe grazie a Roger De Coster e Sylvain Geboers. De Coster ricorda bene il giapponese nel Mondiale 125 del 1978. “Quando corse in Europa, Watanabe stava in Belgio a casa di Gaston Rahier. In qualche occasione abbiamo anche corso assieme durante il Campionato Trans-AMA. Era un pilota molto bravo. Non vinci un titolo Mondiale se non lo sei. Akira quell’anno era molto concentrato sull’obiettivo, lo desiderava davvero. Non dev’essere stato semplice, per un pilota giapponese, vivere in Europa”. E per questo il suo titolo Mondiale assume un valore ancora superiore…
Come dicevamo, Watanabe ha incominciato ad andare in moto molto giovane e a bruciare le tappe sin da subito. Al punto che nel 1975 Suzuki decise di schierarlo nel Mondiale 125. Ma con riserva… “La Federazione Giapponese aveva il budget sufficiente per me per un solo mese. Suzuki mi disse che se dopo un mese fossi stato in terza posizione in campionato avrei potuto correre l’intera stagione. Al GP di Francia (Cognac, il primo di quell’anno) arrivai quarto in gara1, secondo in gara2 e salii sul terzo gradino del podio”.
Fu un traguardo importante e pure inaspettato per il debuttante giapponese che anche nei successivi GP di Inghilterra (Tenby) e Jugoslavia (Oreohva Vas) si mise in grande evidenza. “Un mese dopo ero terzo nella provvisoria del Mondiale e Suzuki mantenne la promessa. Potevo quindi rimanere in Europa a correre tutti i GP, compresi quelli negli Stati Uniti e in Canada. Al penultimo GP dela stagione in Spagna (Montgai) vinsi entrambe le manche. Un giorno indimenticabile, un anno indimenticabile. Stavo quasi chiudendo il campionato in terza posizione ma per un punto arrivai quarto”.
L’amico Gaston
Nel corso del tempo, Akira Watanabe e Gaston Rahier divennero grandi amici, il giapponese viveva a casa del campione belga. E dopo una stagione così esaltante per entrambi, portando le loro Suzuki RA125 a raggiungere innumerevoli successi, si pensava per logica che il duo Akira-Rahier venisse confermato anche per il 1976. Tuttavia, in Giappone avevano piani diversi per Watanabe, che sarebbe stato rimandato a casa per correre il Campionato Nazionale. Situazione che risultò scomoda per Rahier.
Alla domanda di Cycle News a fine Mondiale sul perché Watanabe se ne fosse tornato in Giappone, Rahier rispose così: “Dopo la vittoria del titolo Nazionale dell’anno scorso, Watanabe aveva ricevuto l’autorizzazione a correre in un altro Paese. Mentre il prossimo anno dovrà farlo in Giappone perché in questa stagione non è diventato Campione Nazionale. Non vi sembra assurdo? Cioè, dovrebbe essere Campione prima di uscire dal suo Paese? E’ da stupidi; Akira è davvero un buon pilota”. Watanabe ricorda bene quella decisione assurda.
“Nel 1976 non potei andare ai Gran Premi perché Suzuki voleva corressi il Campionato Giapponese. Quell’anno non corsi alcuna gara del Mondiale. La cosa mi intristì perché il mio desiderio era correre sulle piste del Mondiale di Motocross. Tuttavia, nel settembre del 1976 negli Stati Uniti si correva il Campionato Trans-AMA. Suzuki mi disse che correre nei GP del ’77 significava dover affrontare Campioni come Bob Hannah e Marty Smith. Entrambi erano molto giovani, avevano la stessa età. E anche molto veloci. Suzuki era convinta che i due americani avrebbero corso il Mondiale dell’anno dopo, quindi mi disse che avrei dovuto prima batterli a casa loro alla Trans-AMA. Voleva mettermi alla prova”.
In sella alla sua Suzuki RN400, il 26 settembre del 1976 Watanabe si schierò dietro il cancelletto di partenza a Lexington, nell’Ohio. Su quella gara Cycle News scrisse: “Pioggia fredda, cielo plumbeo e fango fino alle caviglie sembravano un deterrente per le migliaia di spettatori aggrappati alle reti del Mid-Ohio Motocross Park per la gara di apertura del Campionato Trans-AMA. Ciò che hanno visto sono stati un paio di piloti, il Campione Giapponese Akira Watanabe e il cinque volte Campione del Mondo classe 500 Roger De Coster sparare fango dal posteriore delle loro Suzuki ufficiali e vincere le due manche”.
“Sì, andò proprio così – ride di gusto Watanabe tornando con la mente a quel fantastico giorno -. Nella prima manche ero il più veloce di tutti. Riuscii a battere De Coster, l’allora Campione Americano classe 500 Kent Howerton, poi Bob Hannah, Broc Glover e Marty Smith. Li battei tutti. Poi nella seconda, arrivai quarto”.
Nel 1977 Suzuki decise di far correre i GP a Watanabe affiancandolo di nuovo a Gaston Rahier con l’intento di aiutare il belga a vincere il suo terzo titolo Mondiale consecutivo nella classe 125.
“Quell’anno diventai di nuovo compagno di squadra di Gaston – spiega Watanabe -. In Europa non conoscevo nessuno. Gaston mi aveva ospitato a casa sua già nel 1975. Ci allenavamo assieme, mi insegnò ogni cosa. Si prese cura di me, fummo davvero un’ottima squadra. Quella stagione vinsi il secondo GP in Italia (Lovolo). Poi però al terzo GP sulla sabbia belga di Retinne mi lacerai tre legamenti del ginocchio sinistro. Rimasi un mese in ospedale ad Anversa e in Belgio per quasi due, dopodiché tornai in Giappone per la riabilitazione che durò tutto l’anno”.
Testimone in Prima Linea…
Jack Burnicle, il “Pulitzer” del giornalismo motocrossistico degli Anni 70/80, nonchè autore delle foto storiche di questo servizio, ricorda quel giorno buio per Watanabe. “Nel pantano di Retinne ho visto saltargli il ginocchio. L’infortunio lo tenne fuori per l’intera stagione e probabilmente non guarì mai definitivamente. Ricordo a un GP del ’78 che Akira mi sfidava a muovergli la gamba mentre si teneva stretta l’articolazone. La sentivo scricchiolare, si muoveva stranamente, come un arto artificiale instabile. Nonostante tutto, il piccolo giapponese non si arrese”. Nonostante un ginocchio malmesso, nel 1978 Watanabe si sentì pronto per sfidare Rahier nel Mondiale classe 125.
“La mia prima intera stagione al seguito dei Gran Premi fu caratterizzata da una delle lotte più accese ed entusiasmanti nella classe 125 della storia del Motocross – sottolinea Jack Burnicle, il fotografo in prima linea nel Mondiale di quegli anni -. Il tre volte Campione del Mondo Gaston Rahier avrebbe dovuto vedersela col compagno di squadra Akira Watanabe e con l’olandese della Yamaha Gerard Rond.
Al primo GP della stagione ’78 in Austria (Launsdorf) il debuttante Rond arrivò due volte secondo sempre alle spalle di Rahier e davanti a un rimontante Watanabe. Poi nel GP d’Italia (San Severino) Watanabe s’impose finalmente su Rahier nella seconda manche, tuttavia il belga vinse comunque il GP anche grazie al ritiro di Rond per guasto tecnico alla sua fragile Yamaha raffreddata ad acqua.
Al GP del Belgio a Lanklaar arrivai in pista con un autobus di linea. Un circuito strano, diviso da una cresta affilata: fondo normale su un lato e profonda sabbia dorata sull’altro! Su quel terreno uno specialista come Rond dominò davanti a Rahier e all’eclettico Watanabe. Ad Apeldoorn, in Olanda, trovai ancora più sabbia e Rond ripetè l’impresa con Watanabe questa volta secondo, mentre Rahier, che aveva come meccanico il folle e occhialuto irlandese Bruce Thompson, si ritirò nella seconda manche con la moto in panne. Così, dopo quattro Gran Premi, Rond comandava la provvisoria Mondiale con 96 punti su Rahier a 91 e sull’outsider giapponese Watanabe a 89. Classifica corta.
Seguì poi la Francia (Vesoul). Migliaia di fans appollaiati come gabbiani su un ripido costone infestato di salti, videro Rahier vincere entrambe le manche su Watanabe, mentre la Yamaha di Rond ruppe la testa del cannotto di sterzo in gara1 e l’olandese dovette retrocedere al terzo posto in campionato.
Al sesto Gran Premio in Jugoslavia (Orehova Vas) Watanabe e Rond condivisero il primo gradino del podio con un primo e un secondo posto di manche a testa. Il pilota CZ Jiri Churavy in gara2 eclissò Rahier e alla fine di quel GP Watanabe fu in testa al Mondiale per un solo punto sul belga e sei su Rond. Nel turno successivo in Germania, le enormi salite di Laubus-Eschbach furono terreno fertile per Watanabe, autore di un drammatico pareggio dopo la spettacolare caduta di Rahier alla prima curva di gara2. Il minuscolo belga risorse dal baratro concludendo secondo e mantenendo il divario in classifica da Watanabe sempre a un punto.
Il Gran Premio di Svizzera (Meyrin) si disputò su un terreno durissimo, scanalato e scivolosissimo con salti molto veloci. La rivincita di Rond si materializzò con il successo del GP davanti al vincitore di gara1 Watanabe, dopo che la catena di Rahier si spezzò nella prima manche. In gara2 il belga si mise poi all’inseguimento di Rond, ma non riuscì a colmare il divario dall’olandese e così Watanabe allungò il suo vantaggio in classifica a 14 punti. Un punto in più il giapponese lo prese nel round in Polonia (Szczecin) avvicinandosi sempre più al titolo iridato.
A fine luglio del ’78 arrivò il turno del Mondiale negli Stati Uniti. A Lexington, Ohio, l’olandese Gerard Rond chiuse secondo assoluto alle spalle del Campione AMA Broc Glover. Watanabe invece registrò il primo doppio ritiro di una stagione fino a quel momento senza sbavature, ma mantenendo comunque un vantaggio di 10 punti su Rahier, anche lui incappato in un ritiro nella seconda manche.
Su un Transit mi diressi alla volta del GP di Spagna, a Mongay, attraverso i Pirenei, nel cuore della Catalunya, a ovest di Barcellona. Watanabe ci aveva già vinto nel 1975 e tre anni più tardi lo fece di nuovo, battendo due volte Rond e demoralizzando Rahier che perse il terzo gradino del podio del GP per un solo punto nei confronti del finlandese Liljiegren. In Spagna Watanabe allungò prepotentemente su Rond, portando il suo vantaggio a 25 punti con ancora una prova da disputare.
Tutto si decise il 27 agosto in Cecoslovacchia (Strìbro). Watanabe sapeva che un sesto posto finale gli sarebbe bastato per laurearsi Campione e in parte venne pure aiutato da Rond che rimase alzato fino a tardi alla festa organizzata la sera prima del GP nel municipio locale, ingollando vino bianco fino oltre mezzanotte, vantandosi del fatto che la bevuta non avrebbe intaccato minimamente la sua performance il giorno dopo. E fu così: l’olandese vinse la prima manche tenendosi alle spalle Rahier, ma con il terzo posto in gara fu Akira Watanabe a far scoppiare i tappi di champagne per essere diventato il primo Campione del Mondo di Motocross più popolare del Giappone”.
Riguardo a quel finale di stagione, Cycle News scrisse: “Ancora una volta. Suzuki vince il suo quarto titolo Mondiale 125 consecutivo. È sempre la vecchia storia ma con un nuovo protagonista. Anche quest’anno Suzuki si è imposta nel Mondiale di Motocross, ma per la prima volta il Campione non è Gaston Rahier. Il tre volte iridato è arrivato secondo dietro a un altro pilota ufficiale Suzuki, Akira Watanabe. A dimostrazione che l’unica avversaria di Suzuki quest’anno è stata un’altra Suzuki. Congratulazioni Akira e Gaston”.
Campione senza gloria…
E mentre Watanabe si era fregiato del titolo Mondiale, la felicità in Giappone non fu poi così al culmine. “In Giappone non era l’Europa o l’America – rimarca Watanabe -. Loro facevano moto e le vendevano, facevano profitto ed erano contenti così. Non c’era la cultura delle competizioni di Motocross. Quindi, nel mio Paese molta gente non seppe nemmeno che diventai Campione”.
Suzuki, tuttavia, ancora una volta fu molto felice di essere il più forte costruttore nella classe 125. “Suzuki era davvero contenta dei risultati. L’allora Presidente, Mr Suzuki, mi invitò nel suo ufficio per dirmi: ‘bravo, hai fatto un gran lavoro’. E mi diede direttamente il premio in denaro. Un premio davvero speciale”.
Nel 1979 Watanabe partì di nuovo per l’Europa per difendere la sua tabella Numero Uno, anche se questa volta con un compagno di squadra diverso. “Gaston fu un amico davvero speciale. Poi dopo il ’78 passò a Yamaha e Suzuki al posto suo prese Harry Everts. Quell’anno Harry fu davvero fortissimo” – assicura Watanabe.
Jack Burnicle può testimoniarlo…
“Nel 1979 Suzuki sostituì il 32enne Rahier – che a sua volta rimpiazzò Rond in Yamaha – con il 27enne connazionale Harry Everts. Ovviamente Suzuki sapeva quanto Everts fosse fastidiosamente veloce e il giovane Harry lo dimostrò vincendo le prime quattro manche del Mondiale 125 di quell’anno (Austria e Germania), mentre Watanabe si dovette accomodare sempre al secondo posto e arrivò a Mill (Olanda) deciso a interrompere la striscia positiva del suo compagno di squadra. Sottovalutando però il fatto che Everts era uno specialista della sabbia enormemente dotato e che le buche di Mill erano per lui come una spiaggia piatta.
Eppure, come sempre pulito e veloce, Watanabe ingaggiò con Everts una delle gare più emozionanti che abbia mai visto. In una giornata calda e umida, combinata a una pista davvero conciata, il giapponese spinse la sua resistenza oltre il limite, con Everts partito davanti e lui a inseguirlo a ruota, imitando le sue stesse traiettorie.
Fra i due compagni di team ci furono continui scambi di cortesie e posizioni, gli occhi del pubblico tutti puntati sui piloti ufficiali Suzuki. Quando a due giri dalla fine, mentre Watanabe era in vantaggio di pochi metri su Everts, il belga Gilbert De Roover cadde rovinosamente fratturandosi una gamba. In quell’istante vennero esposte le bandiere gialle per dar modo di soccorrerlo. Watanabe rallentò l’andatura e passò esterno a De Roover, mentre Everts sfilò via all’interno tra i soccorritori superando il giapponese e strappando una drammatica vittoria sotto la bandiera a scacchi.
In un primo momento Watanabe meditò il reclamo, poi però ci ripensò e tutto rientrò nella normalità. Quel giorno Everts vinse anche la seconda manche. Nel GP successivo in Italia (Esanatoglia) Watanabe riuscì finalmente a vendicarsi, ma Everts non tardò a replicare vincendo altri sei Gran Premi assicurandosi il suo primo titolo Mondiale 125, con Rahier molto distante al terzo posto. Quell’anno Akira Watanabe collezionò una serie di risultati altalenanti e il suo incredibile viaggio nel Mondiale di Motocross finì lì”.
La versione di Akira…
“Dopo il 1982, l’allora Presidente Mr Suzuki mi offrì di entrare a far parte di Suzuki con un contratto da pilota. Dal 1983 mi occupai di test del prodotto e partecipai anche ad alcune gare di Campionato Giapponese. Ma a quel punto della mia carriera le motivazioni erano ormai venute meno. Anche le condizioni del ginocchio non erano granché rassicuranti”, ricorda Watanabe con un pizzico di nostalgia, consapevole che prima o poi la parabola discende arriva per tutti. Anche per i più Grandi.
Il problema, però, è dover smettere definitivamente di andare in moto, e proprio per il fatto di essere stati dei Numeri Uno, il distacco è ancora più sofferto. Desideroso di dire, quindi, ancora la sua, Watanabe dal 1987 al 1991 si diede all’Enduro. Disputò addirittura una Parigi Dakar con l’amico di lunga data Gaston Rahier (vincitore del Grande Rally nel 1984 e ’85 con BMW).
Oggi Akira Watanabe è un 64nne felice di ciò che ha raggiunto in carriera. Felice di quel Mondiale 125. Tuttavia, prova a darci la sua versione riguardo il perché sia stato l’unico giapponese a conquistarlo.
“Molti mi fanno spesso questa domanda – spiega Akira dopo una lunga pausa -. Dipende dai costruttori in Giappone. Tutti i piloti giapponesi sono dei tester, percepiscono uno stipendio per collaudare le moto ma solo nel Campionato Giapponese. Non ambiscono a correre i Gran Premi e nemmeno a girare il Mondo. E quei pochi che corrono all’estero, non imparano nulla perché non sono abituati a farlo. Dopodiché, tornano in Giappone e strappano di nuovo un contratto con qualche Casa.
A questi ragazzi voglio insegnare che è possibile diventare molto bravi e ambire a traguardi importanti. È il motivo per il quale Suzuki mi ha chiesto oggi di ricoprire la carica di team manager. Prima di diventare piloti americani come Dungey o Villopoto, o piloti europei come Cairoli o Pourcel o avere il loro stile, hanno bisogno di imparare. I piloti giapponesi guidano male e nemmeno si preoccupano, perché nessuno glielo dice o glielo insegna. Questo è ciò di cui devo occuparmi oggi. È un anno importante per me, come team manager ho il compito di instillare in questi ragazzi una nuova mentalità. Se migliorano la maniera di andare in moto e ottengono buoni risultati, possono andare a correre ovunque”.
Se Akira Watanabe riuscirà a trasmettere le sue esperienze e a indottrinarli, forse un giorno questi giovani potranno salire ai vertici dell’AMA Supercross o National o addirittura salire in cima al Mondo nei circuiti dei Gran Premi. Se lo dice un Campione come lui, vuol dire che un buon pilota giapponese potrà prima o poi ripercorrere i suoi stessi passi e vincere il titolo Mondiale. E quel giorno, forse Akira non si sentirà più il solo e unico Imperatore.
(images Sir Jack Burnicle)






















