Senza filtro Un esautorato, un tedesco ed uno spagnolo
Una barzelletta? Quasi! Eppure, ora che la polvere dello stadio degli Angeli si è posata, possiamo avventurarci in una breve disquisizione su quanto è successo durante la prima notte del Supercross MY 2026. Per chi ha qualche primavera sulle spalle era abbastanza coerente immaginare che la “carogna” di Tomac si sarebbe concretizzata con una prova di forza, o meglio di orgoglio, avulsa dalla freschezza fisica e forse anche dal livello tecnico del restante parterre. Personalmente ritengo che assisteremo a qualcosa di speculare anche nella vecchia Europa dove però le geometrie saranno riflesse. Giunge voce che il buon “datato” Herlings, messo alla porta esattamente come il suo omologo Tomac per far posto al nuovo che avanza, nei primi giorni di test in Spagna abbia sfinito la sua Honda tanto da costringere i tecnici a cambiare velocemente pistoni…
Se è vero che la prima gara serve solo per far uscire le moto dalle tende delle hospitality, è altrettanto certo che il soliloquio di Tomac si è spinto ben oltre. Nei trenta secondi di margine sul ritrovato Prado (terzo) si possono leggere infinite sfumature. Il termine più consono è consistenza. Consistenza del pluricampione dalla guida tanto fisica quanto tecnica. Consistenza di una squadra che ha attraversato e continua a navigare in acque tempestose, senza mai vacillare. Consistenza dell’infinito Roger De Coster, sommessamente messo sotto accusa per l’affaire “Nazioni”. La stagione è appena iniziata e già da sabato notte si potranno scrivere altre battute ma credo di poter asserire con moderata certezza che Eli e la sua squadra, salvo infortuni, saranno della partita fino a Salt Lake City.
E adesso come la spieghiamo? Con un arto a mezzo servizio, con una moto ferma nello sviluppo da innumerevoli anni, senza avviamento elettrico, con un solido cavo di acciaio ad uso frizione, un tedesco naturalizzato yankee è stato l’unico uomo in pista a contenere la furia agonista di Tomac. Due secondi il vero distacco mai recuperato sull’avversario ma decisamente più stridenti dei ventotto imposti a Prado, terzo. In realtà su Roczen si può commentare ben poco. Sulla velocità, tecnica e consistenza il commento si tradurrebbe in un inutile esercizio di stile. La discriminante per un ultimo vittorioso Last Dance è rappresentata da un gap fisico imposto dal ben noto infortunio al braccio. E allora tutta l’attenzione si catalizza sulla infinita Giallona 450, capace di far risorgere anche Jason Anderson che da anonimo fantasma a tinte verdi, è tornato protagonista appena approdato sulla moto di Hamamatsu. Suggerirà qualcosa ai denigratori del quattro volte campione del mondo galiziano?
Si chiama coraggio. Prado aveva già dimostrato di possedere attributi granitici lasciando da Re indiscusso il mondialcross per approdare in America a sfidare gli autoctoni nella loro riserva di caccia. Dopo una stagione disastrosa, NONOSTANTE, lo avessero ricoperto d’oro per il cambio di Team e sponsor tecnici, non ha accettato la sconfitta, certo delle sue capacità. Credo che la casa madre che ha riaccolto il figliol prodigo, abbia in qualche modo costretto il ragazzo ad un sano bagno di umiltà iimponendogli non un ingaggio fisso ma solo una serie di premi crescenti, proporzionali ai piazzamenti. Stesso dicasi per sponsor tecnici e bibitari. A seguire infiniti allenamenti sul fedele telaio di ferro seguito come un’ombra da chi ha cresciuto generazioni di fenomeni. Direi che il risultato della prima gara è stato incoraggiante. Tempi eccellenti, heat combattute, holeshot ed un podio che vale molto più dei punti messi in cassaforte. Una notte non riscrive la storia di un anno terribile ma pensare che il 38° tempo conquistato in un tracciato tradizionale, da un quattro volte campione del mondo, rappresentasse il giusto collocamento o peggio la nemesi indotta dalla superbia, era solo miopia sportiva.
Una assenza pesante quella del fratello bello e dotato. Hunter Lawrence ha imbroccato una serata nella media, esattamente come è successo in molte altre occasioni. Non male ma neanche in grado di far accennare un sorriso agli uomini in rosso. Non ha preoccupato un quinto posto che può aver avuto la genesi da una miriade di fattori. Sono i quasi due secondi di gap al giro che hanno generato uno strappo finale vicino alla mezza tornata, che hanno spento l’entusiasmo. Molti, forse troppi i denari investiti sugli australiani che ultimamente, dal tour turistico europeo in poi, non stanno più rispettando le enormi attese generate dall’irreprensibile ruolino di marcia sostenuto fino allo scorso Nazioni. Magari solo un “momento” (per Jett un lunghissimo momento) di flessione ma certamente per chi ha investito e soprattutto per il blasone conquistato con merito sul campo, quanto mostrato non si avvicina neanche alla sufficienza. Corretto. Solo la prima di una infinità di gare; quindi il tempo per tornare alle posizioni che competono non mancherà.
Esordio felice? Forse no. Ed ecco chi dovrà scommettere molto nella gara di San Diego. Iniziamo dal più indecifrabile: Chase Sexton. Negli ultimi anni, è stato pilota ufficiale per i team più competitivi senza mai capitalizzare appieno il suo potenziale. Il rapporto, logoratosi con lui e con l’efficiente team KTM, si è concluso al termine della scorsa stagione, durante la quale Sexton è stato ineccepibile solo quando ogni minimo dettaglio tecnico e fisico era perfetto. Ha trascorso l’offseason a lodare le caratteristiche del ritrovato – e amato – telaio perimetrale in alluminio, cullato dalla fiducia del nuovo team e dal generoso sponsor. Poi, la realtà si è palesata in un main event incolore, trascorso più a subire che ad aggredire. Il tutto, condito da riscontri cronometrici preoccupanti e replay televisivi impietosi. A poche ore dalla bandiera a scacchi, con un laconico messaggio sui social ha dichiarato la necessità di affinamenti alla ciclistica…
Analoga sorte per Cooper Webb e le moto Blu. Per loro è partita male fin dal venerdi con l’ammissione inerente alla ciclistica; scelta ricaduta sul MY 2025 per riferita “maggior confidenza”. La nota grinta di Webb gli ha consentito di risalire il gruppo e di concludere ai margini della top five limitando i danni.
Buon esordio per l’attesissimo Team Ducati che ha ufficialmente debuttato nel campionato più tecnico del nostro mondo. Bene, anzi molto bene Dylan Ferrandis che fino a quando ha avuto energia , ha mantenuto un buon ritmo nel gruppo di testa mostrando un confortante equilibrio ciclistico e motoristico della Rossa di Panigale. A seguire, complice un evidente calo fisico, è lentamente scivolato ad un comunque onorevole nono posto finale. Auguri per Justin Barcia che ha tenuto tutti i presenti con il fiato sospeso a causa della terribile caduta avvenuta nella fasi iniziali della prima partenza.
Si conclude purtroppo con un’ennesima occasione persa per “Danger Boy” Deegan, il quale continua ad affrontare il nostro sport con un modus operandi quantomeno discutibile, per usare un eufemismo. È sempre sopra le righe, costantemente in cerca del contatto fisico, oggettivamente poco sicuro in pista e pericoloso nelle manovre di gara. Stavolta a farne le spese è stato l’incolpevole Cameron McAdoo: se avete modo di rivedere la finale, noterete che nella curva precedente al contatto, McAdoo aveva già alleggerito l’acceleratore per evitare di incrociare la traiettoria di Deegan. Probabilmente, se avesse potuto prevedere l’esito di quello che sarebbe accaduto pochi metri dopo, avrebbe adottato un approccio diverso — e a ragione.
Ci sentiamo tra una settimana
(Image KTM, HRC, Ducati, Suzuki profile IG J.Lawrence, K.Roczen, C.Webb, Tomac, Ducati Usa, H.Deegan, C.MacAdoo)


















