
Dovevano essere tre gare. Poi, giro dopo giro, risultato dopo risultato, il programma è cambiato. Lorenzo Camporese è rimasto negli Stati Uniti per affrontare sei round di Supercross: Houston è stato già il quarto appuntamento, ne restano due prima del rientro in Italia. Abbiamo avuto l’occasione di fare una chiacchierata insieme a Lorenzo nel pieno di questa esperienza.
Lorenzo, quattro gare di Supercross sulle spalle: com’è, davvero, viverlo da dentro?
«È un’esperienza incredibile. Ogni volta che vengo qui mi rendo conto che è proprio un altro mondo. Anche se hai esperienza, anche se ti prepari bene, qui ti senti sempre come se dovessi ricominciare da capo.»
L’idea iniziale era fermarsi a tre gare. Cos’è cambiato?
«Le sensazioni. E anche i risultati. Dopo le prime gare abbiamo deciso di restare per altre tre. Houston è già la quarta, poi ce ne saranno altre due e rientro sicuro.»
Come sono andate le prime gare?
«Anaheim 1 è andata bene. Andavo forte, però nel Main Event ero davvero stanco. Lì ho pagato la fatica, ma le sensazioni erano positive. Poi alla seconda gara, a San Diego, è andata ancora meglio. Sapevo cosa aspettarmi, siamo riusciti a tenere un buon passo e ho chiuso 16° nel Main Event. Quella è stata una gara molto buona.
Invece ad Anaheim 2 è stata una gara in salita. Venerdì abbiamo avuto un piccolo problema tecnico, che fortunatamente sono riuscito a risolvere. Qui, un po’ come a tutte le gare, quando non hai una struttura dietro è complicato: se c’è un problema devi gestirlo in autonomia, con risorse limitate.»
Dopo queste gare, che idea ti sei fatto del Supercross americano?
«Che qui impari davvero a fare Supercross. È difficile da spiegare a chi non lo vive: tanti pensano che i salti siano tutti uguali, “misura standard”, ma non è proprio così. La differenza sta proprio nella costruzione della pista: altezze, inclinazioni, terreno, distanza dalla curva e dinamiche diverse. Servono sospensioni differenti e un modo diverso di leggere la pista. È un po’ come dire che nel motocross tutte le buche di tutte le piste sono uguali, haha.»

Il press day quanto ti aiuta davvero?
«Aiuta, ma dipende. Ad Anaheim 1 abbiamo girato presto al mattino ed eravamo in dieci: solo una sezione. A San Diego abbiamo girato tre quarti di pista, ma era allagata. Ad Anaheim 2 è stato bellissimo girare con i piloti factory, ma solo mezza pista. È sicuramente un grande aiuto: ti fai un’idea della pista e delle sezioni più veloci o più lente.»
A livello economico, quanto pesa essere qui?
«I costi ci sono, come in tutte le cose. Fortunatamente ci sono i premi gara che aiutano: con i miei risultati e le mie spese non ci guadagni, ma aiutano ad ammortizzare. Entrare in pista può costare anche 150 dollari al giorno nelle piste d’allenamento.
Tutto dipende dalle spese che devi affrontare. Essendo qui da privato affronto quasi tutte le spese in autonomia: benzina speciale, gasolio, affitto della casa, iscrizione alla gara, assicurazione personale, ricambi per la moto, voli aerei… insomma un po’ di tutto. I costi sono tanti.
FRT Motorsport fortunatamente, come a casa, mi fornisce molti pezzi racing e questo mi toglie un gran peso sul costo totale. E chiaramente i premi gara ammortizzano un po’ le spese.»

Come vi organizzate con la logistica delle gare?
«Per le prime tre è stato semplice, perché eravamo molto vicini: furgone e gazebo. La macchinetta dell’espresso non poteva mancare.
Per le due tappe più distanti, Houston e Seattle, farò trasportare la moto a una struttura dedicata che offre questo servizio. Guidare 5.000 km a gara non è pensabile economicamente.»
Mancano due gare: che obiettivo ti dai?
«Continuare a crescere e stare più avanti possibile nel Main Event. Qui siamo tutti attaccati: basta una partenza sbagliata o un contatto e sei fuori. È un attimo. Quando parti bene cambia tutto. Se sei davanti puoi prendere ritmo, giocartela, stare nel gruppo. È lì che capisci quanto poco margine c’è e quanto conta ogni dettaglio.»













