AMICI MIEI ATTO PRIMO
Finisce qui anche quella velata ipocrisia dietro cui si celava la parola amicizia. Non c’ho mai creduto nemmeno quando erano proprio loro a parlare di sentimenti di affetto e di reciproco rispetto, loro: Cairoli e Philippaerts.
Portogallo gara-2 ha benedetto una rivalità sana e genuina che credo sia l’essenza di tutti gli sport. Considerati i segnali, mi auguro solo che questa competizione a due non degeneri. Le avvisaglie sono preoccupanti perché la tensione è alta ed è alimentata dalle considerazioni talvolta troppo colorite di una tifoseria che mai come nell’ultimo mese ha preso le parti dell’uno o dell’altro pilota.
L’Italia crossistica si è spaccata in due per raccontare in maniera del tutto personale la dinamica di un sorpasso, o presunto tale, che non ha prodotto gli effetti sperati. In tutti i casi il verbo non è discutibile quasi che gli uni o gli altri fossero depositari della verità. Che resta una ed una sola a prescindere: quell’amicizia di cui tanto abbiamo sentito parlare era più finta delle riproduzioni Rolex made in China.
Non è per i fatti di Agueda che lo scrivo. Ne faccio un discorso molto più generale. Dove c’è competizione, e conseguentemente una classifica con vincitori e vinti, non può esserci spazio per sentimenti tanto profondi.
Nel caso specifico poi parliamo di due campioni del mondo, italiani, che corrono con la stessa marca di moto, nella stessa classe.
“Spero di lottare con lui…” – e ancora – “In gara sarà una cosa ma fuori saremo sempre amici…” Frasi di circostanza condite con un po’ di retorica. Ma a chi le volevano raccontare? Il primo rivale in gara resta il tuo compagno di Team, il pilota che difende gli stessi tuoi colori, quello che ha la moto come la tua o il tuo stesso passaporto. E allora? E allora mi fermo qui perché sono certo abbiate capito cosa intendo.
Per quel che riguarda il fatto incriminato (Agueda gara-2) continuo ad essere fermamente convinto che il contatto tra Philippaerts e Cairoli sia il frutto di un’errata valutazione, l’epilogo di una manovra viziata da un grave errore che ha generato la caduta e la conseguente frattura del dito indice della mano sinistra di David. Ma attenzione: una cosa è scrivere che un pilota ha commesso un errore, ben altra è dire che c’era premeditazione, seppur l’atteggiamento tattico di Cairoli in alcune fasi di gara faccia pensare. A sette giorni di distanza dal GP del Portogallo, Cairoli si è reso protagonista di un altro paio di episodi che fan discutere: la caduta con Mackenzie ed il quasi contatto con Coppins. Perché allora correre certi rischi se la superiorità è così evidente? Sbagliare è umano perseverare diabolico. La voglia di stravincere non deve avere il sopravvento sulla più razionale e redditizia voglia di vincere. Flash back sulla stagione 2006… Un campionato del mondo perso a volte insegna.
EDOARDO PACINI













