La carriera di un pilota che corre i campionati americani non può essere lunga quanto quella di chi calca la scena Mondiale. In una sola stagione si corre il doppio rispetto a quanto avviene da noi. Se al Supercross si somma il Campionato National, la pressione a cui un pilota è sottoposto in un anno dura da gennaio ad ottobre quasi ininterrottamente.
Scritto a posteriori credo l’abbiano vista bene Everts prima e Cairoli poi. I due non condividono solo i numerosi titoli ma anche un cammino sul quale l’America ha avuto un peso ininfluente o quasi, seppur a più riprese si fosse parlato di una loro possibile esperienza al di là del grande Oceano.
Fantasie prive di fondamento o supportate da mezze verità che hanno animato le serate al motoclub.
I SOLITI ACCIACCHI DI STAGIONE
L’America resta l’America anche quando alla vigilia del via del più atteso tra i campionati si fa l’appello e si scopre che sul registro delle presenze si annotano, al contrario, numerosi assenti.
La tradizione vuole che la prima prova del Monster Energy AMA Supercross si corra a poche miglia da Los Angeles, all’Angel Stadium di Anaheim. Ma avviene ormai da parecchie stagioni che il primo dei diciassette main event perda anzitempo troppi protagonisti per l’ormai preoccupante frequenza con cui uno dopo l’altro i Campioni, o gli aspiranti tali, finiscono in sala gessi.
CHE I NOSTRI SPORT SIANO AD ALTO COEFFICIENTE DI RISCHIO È FUORI DISCUSSIONE. Del resto mica siamo alla bocciofila. Ma così come ho puntato l’indice su quei tracciati che nei GP mi son sembrati inadeguati, ora mi sento di dire che anche nel Supercross la tutela dei piloti è argomento che andrebbe ri-discusso. Penso alle moto (250 o 450 che siano) e agli spazi dove vengono utilizzate. C’è davvero relazione tra performance di pilota-moto e tracciato?
Il promoter è molto attento: a bordo pista ci sono lampeggianti che si illuminano quando un pilota finisce a terra, le corsie lungo il perimetro del tracciato sono tenute costantemente libere per i veicoli di pronto intervento, la clinica mobile staziona nel paddock ed il pubblico e gli addetti ai lavori sono tenuti lontano dalle zone nevralgiche. Tutto ciò però non basta, altrimenti non si spiegherebbero le convalescenze di Canard, Musquin, Baggett, Millsaps e Bogle.
Anaheim resta Anaheim, e seppur un anno dopo l’altro il tracciato ricavato al suo interno abbia subito l’adeguamento imposto dall’evoluzione intrinseca dello sport (moto e tecnica di guida…), qualcosa non va. Ma il problema non è di Anaheim, Phoenix o San Diego.
In America come in Europa nell’ultimo decennio la moto è cambiata molto. E credo che oggi abbia poco senso parametrarla agli spazi in cui è costretta. Non penso solo alla 450 ma anche e soprattutto alla 250 4T che oggi ha raggiunto performance superiori a quelle delle 250 2T, moto che hanno scritto le pagine più belle della storia del Supercross.
L’evoluzione della guida è stata straordinaria. Stare in sella a quella maniera dentro ad uno stadio è una prerogativa di pochi piloti al mondo. Ma tutto è molto esasperato ed i margini d’errore sono così risicati che sbagliare costa caro. Potenza, accelerazione, ciclistica, freni, telai: tutto è cresciuto esponenzialmente e oggi si va incredibilmente veloci in un fazzoletto di terra. Villopoto, Stewart, Dungey e Reed sono fenomenali. Ma non lo sarebbero stati altrimenti se avessero guidato delle 250 2T?
Pensiero nostalgico. A me la due tempi manca un sacco. Anche quando mi siedo in tribuna a guardare il supercross. Una malinconico Buon Anno.
EDOARDO PACINI













