MOTOCROSS ha cambiato casa.
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AMARCORD ARCO ‘87
10 MAGGIO 1987. Era diverso, bello. Era bello perché era molto difficile.
Poteva essere il salto definitivo per la mia carriera di pilota. Invece da lì a poco avrei smesso di correre.
Per iscriversi a un gran premio non bastava mettere mano al portafogli. Oggi in molti casi va così.
Allora le dinamiche erano diverse. Le federazioni nazionali (oggi piuttosto delegittimate) avevano un ruolo chiave.
Partiva tutto dal comitato regionale. Il Presidente sentiva l’ufficio di competenza a Roma. Se avevi i requisiti (risultati) potevi avere il nullaosta federale. Che significava avere l’ok per fare la licenza internazionale. A quel punto il commissario tecnico (Emilio Ostorero… uno su tutti) selezionava i piloti per il gran premio. Mi pare di ricordare che ogni Paese aveva diritto a 8 posti. Il Paese ospitante poteva arrivare a 10. L’Italia se la giocava bene perché c’era San Marino… eh… altri posti.
La convocazione poteva avvenire una settimana prima del GP.
Quel Maggio ‘87, Emilio chiamò casa e disse al mio papà: “Portalo ad Arco, mercoledì”.
Il mercoledì precedente la gara… era già gara. Una quindicina di giovinastri si sommavano ai senatori (Maddii, Contini, Barozzi) per guadagnarsi il posto.
Al via del mio primo turno, secondo giro, il primo lanciato, il motore si “indurì”. Forse papà aveva “tagliato” male la miscela – troppo alcol metilico o poco ricino? – sta di fatto che il mio turno andò a farsi benedire.
Via il cilindro, una passatina di tela abrasiva e di nuovo dentro in pista, a vita persa per il secondo e decisivo turno. Avevo una soglia di rischio abbastanza alta. Il giro secco mi veniva, tanto che in serata arrivò il verbo di Emilio. “Pacini, diofà, ci si vede sabato”.
Il primo passo era fatto. Ma aver guadagnato la fiducia del citì significava potersela giocare nelle prove del GP, mica avere la certezza di correre. Oggi quando parcheggi nel paddock quella certezza ce l’hai, al cancello di partenza ci arrivi. Un tempo no, c’erano i “tempi da fare”: poco meno di un’ora di qualifiche.
Otto piloti erano ammessi di ufficio – i primi otto della stagione precedente – e divisi in due gruppi venivano selezionati altri 16 più 16 piloti oltre alle due riserve. SE PASSAVI… 1000 FRANCHI SVIZZERI, ANCHE SE ERI RISERVA. NON DA PAGARE… DA PRENDERE.
TANTA ROBA, CI COPRIVO LA TRASFERTA, ALLENAMENTI E RICAMBI PER UNA SETTIMANA, E QUALCOSA RIMANEVA ANCORA PER LA TRASFERTA SUCCESSIVA.
Il furgone. Un Fiat 242. Cresciuto gestendo gli spazi angusti di un più vecchio Fiat 238, che non era molto grande e in più aveva il bombolone del GPL, quando ho preso il fratello maggiore (2500cc e cinque marce) è stato come passare da un monolocale al superattico. Mi sentivo un “pro”. Lo chiamavo camper ma di un camper non aveva nulla. Fornelletto e lavello da un lato, divanetti che diventavano brande dall’altro. Il bagno? Non c’era. E allora tutti in fila per la doccia nei bagni del paddock. Però avevo già la tenda a rullo, grande, capiente, che si chiudeva sui tre lati. Ero un “pro” dai…
Edoardo Pacini
direttore responsabile










