Johnny O’Mara. Quel giorno mi cambiò la carriera
di Eric Johnson
Mid-Ohio 1980. Ciò che accadde il 27 luglio all’USGP classe 125 fu messo in moto durante l’agosto del ’79 da Hirotoshi Honda e Al Baker, fondatori di Mugen USA Co.
Hirotoshi Honda era il figlio di Soichiro Honda, fondatore di Honda Motor Co. nell’ottobre del 1946. Amava in particolar modo il Motocross al punto che creò Mugen, una piccola e indipendente azienda che mise forte enfasi in questo sport. Non molto tempo prima, Hirotoshi incontrò Al Baker, pilota e imprenditore americano, che vantava molti contatti con l’industria del cross statunitense e che rese possibile quel progetto. Nel Team Mugen entrò il 17enne Johnny O’Mara, amico di Baker. “Mi trovai nel posto giusto al momento giusto”, confida O’Mara.
Sabato 23 marzo 1980 il Team Mugen si presentò al 12° Annual Hangtown Motocross Classic a Prairie City Park e dal van scaricò una Mugen ME125W1 col numero 101 che attirò l’attenzione di molti curiosi. “Era una moto unica, stilosa, tutta bianca con la sella blu, sembrava uno space shuttle. Anche meglio delle Honda ufficiali”, ricorda O’Show.
Alla prima di National 125 O’Mara se la cavò egregiamente contro veterani come Mark Barnett e Broc Glover. “Chiusi quarto la prima manche, mentre nella seconda stetti al comando per due terzi di gara con un buon margine di vantaggio su Barnett e Glover. Mi chiedevo dove fossero finiti, poi mi ripresero e arrivai terzo”.
Sfortunatamente la stagione National di O’Mara s’interruppe a causa di un incidente: si addormentò alla guida del suo pickup e volò fuori strada rompendosi una vertebra che lo costrinse a saltare gran parte dell’estate. Dopo un’intensa terapia riabilitativa, a fine luglio O’Mara e il Team Mugen decisero di correre il Gran Premio classe 125 al Mid-Ohio Motocross Park. Al penultimo round del Mondiale erano presenti tutti i contendenti al titolo. Il Campione in carica Harry Everts ed Eric Geboers sapevano benissimo quanto fosse importante l’USGP, come lo sapevano Michele Rinaldi e Marc Velkeneers, matematicamente ancora in gioco. Yamaha aveva invitato Glover, mentre Suzuki America era rappresentata da Barnett.
Come spesso accadeva in quel periodo dell’anno, arrivò la pioggia e la pista diventò quasi impraticabile, al punto che molti big americani non se la sentirono di correre. “Non ci sono le condizioni. Yamaha è assolutamente contraria. Ci sono ancora due round di National da disputare”, disse Glover. Ma alla fine si corse perché tutti volevano vincere quel GP.
La pioggia incessante stava pian piano distruggendo la pista, tanto che i maligni si chiesero quanti cavalli avessero le Honda America ufficiali. Infatti, Ron Sun e Rich Coon fecero l’holeshot in gara1, con Sun che rimase in testa per due giri fino a quando la sua Honda aspirò acqua nel motore. Barnett ne rilevò la posizione ma a due giri dalla fine una sportellata di O’Mara lo parcheggiò fuori pista. “Verso la fine la moto ha cominciato a perdere di potenza, forse dal troppo fango nei radiatori. Gli occhi mi bruciavano, come fossero stati graffiati”, disse uno sconsolato Barnett mentre rientrava ai box.
Gara2 sembrava un affare fra Sun, Glover, Velkeneers e O’Mara, mentre Everts e Geboers erano nelle retrovie, due maschere di fango irriconoscibili: entrambi non arrivarono al traguardo e più di un fan americano s’interrogò sulla loro mancanza di determinazione mostrata quel pomeriggio. “Ho avuto problemi al motore – spiegò Geboers – Nella prima manche sono caduto tre volte: non era una gara, era una lotteria”.
Vinse Sun davanti al compagno di team Coon e a O’Mara, posizione che valse al 17enne di Van Nuys la vittoria dell’USGP. “Mi ero fatto l’idea che gli europei sarebbero stati più veloci – confessa O’Mara – ma in realtà non erano meglio di noi americani. In casa nostra avremmo potuto batterli quando volevamo. Mi fece effetto vedere Everts fumare una sigaretta a fine gara. Non ci potevo credere, nessun americano lo avrebbe mai fatto. Comunque sia, vincere l’USGP fu un enorme sconvolgimento perché nessuno in Europa sapeva chi fossi. Aver battuto quei Campioni di cui avevo letto sulle riviste fu di grande motivazione per la mia carriera. I successi da dilettante mi avevano trasmesso molta fiducia, ma la vittoria nel Mid-Ohio mi portò su un altro livello”.

















