SENZA FILTRO The Temple
C’è un motivo se lo chiamano “Il Tempio”. Daytona non è una gara, è un rito di purificazione. Qui le luci degli stadi della NFL lasciano il posto al buio pesto della Infield più famosa del mondo, e le sezioni ritmiche diventano canali profondi come trincee. Sabato sera, mentre l’umidità della Florida appesantiva le maglie, abbiamo assistito alla restaurazione di una monarchia che molti, troppo presto, avevano pensavano decaduta.
Siamo onesti: dopo Arlington avevamo celebrato Hunter Lawrence, ed era giusto farlo. Ma avevamo anche avvertito che stavamo entrando nel salotto di Eli Tomac. E il numero 3 non ha deluso. Se in Texas lo avevamo visto lottare con la frizione e con partenze da incubo, a Daytona Eli ha guidato con una ferocia che ha ricordato a tutti perché detiene il record di vittorie in questo catino. Non ha solo vinto; ha demolito psicologicamente la concorrenza, danzando sulle whoops sabbiose con una moto che, a differenza delle “configurazioni chopper” viste la settimana scorsa, qui sembrava un bisturi. Ha centrato la partenza, ha messo la testa bassa e ha ricordato a tutti che, quando affonda le ruote in quella sabbia, a prescindere da quale moto stia guidando, il Re è ancora lui.
Hunter Lawrence esce da Daytona con i gradi di capitano ancora ben saldi. Molti si aspettavano un suo crollo sotto la pressione del matador Tomac, ma l’australiano ha corso una gara di un’intelligenza tattica superiore. Non ha cercato il duello all’arma corta con Eli, una battaglia che sabato sera avrebbe probabilmente perso, ma ha gestito la sua Honda con una lucidità disarmante. Ha chiuso sul podio, limitando i danni e dimostrando che la sua Tabella Rossa non è un caso, ma il frutto di una solidità mentale che i suoi avversari iniziano a soffrire terribilmente.
Se Tomac e Lawrence hanno brillato, dietro di loro il naufragio si è fatto ancora più profondo. Sexton è apparso nuovamente l’ombra di se stesso: spento, fallibile, quasi rassegnato a una Kawasaki che non sembra voler assecondare il suo stile. Daytona richiede improvvisazione, cuore e braccia; Chase sembra invece cercare ancora una perfezione tecnica che tra i canali della Florida semplicemente non esiste. Il successivo infortunio e le voci incontrollate circa le incomprensioni con la sua nuova squadra, per la verità assai simili a quelle già note con il Team Orange, hanno di fatto spento ogni velleità di Chase e ammutolito la squadra Kawasaki che era in cerca di un riscatto dopo la dipartita di Prado. Facendo un modesto ragionamento, reputo che Monster Energy munifico sponsor del torneo e storicamente anche della squadra Green, probabilmente valuterà diverse opzioni circa il prossimo piano di sponsorizzazioni. Cooper Webb, dal canto suo, ha fatto il Webb: ha ringhiato, ha sportellato, ma la velocità pura dei primi due era semplicemente fuori portata.
Menzione d’onore, ancora una volta, per Ken Roczen. Vederlo guidare nei primi minuti è stata una gioia, un’estetica del motociclismo. Ma Daytona è crudele. Il suo braccio martoriato, lo abbiamo detto e lo ripetiamo, è una zavorra che non perdona. In una pista che richiede una forza fisica per venti minuti, Ken ha lottato come un leone, ma il calo finale è stato inevitabile. Resta la classe, restano i primi dieci minuti da antologia, ma resta anche l’amaro in bocca per un campione che corre contro il suo stesso corpo.
Se nella 450 abbiamo assistito al ritorno di Tomac, nella 250 East Coast abbiamo ammirato il dominio assoluto di un pilota che ha trasformato Daytona nel suo palcoscenico personale: Seth Hammaker. Il pilota Kawasaki non ha solo vinto; ha firmato una gara perfetta, conquistando l’holeshot e guidando in testa dal primo all’ultimo dei 13 giri previsti. Una prova di forza che ridimensiona le previste gerarchie viste ad Arlington, dove Hammaker era rimasto nell’ombra. Alle sue spalle, la battaglia è stata furiosa ma mai capace di impensierire il leader. Cole Davies ha conquistato una solida seconda piazza, confermandosi come la rivelazione neozelandese capace di adattarsi alla sabbia della Florida con una Yamaha che sembrava volare. A chiudere il podio troviamo Pierce Brown, che con il suo terzo posto salva il bilancio della serata e, soprattutto, difende con i denti la Tabella Rossa di leader del campionato. Il vero dramma sportivo si è però consumato nelle file della Honda HRC. Jo Shimoda, partito fortissimo e rimasto incollato a Hammaker per quasi tutta la gara in seconda posizione, ha visto i suoi sogni di gloria infrangersi all’undicesimo giro. Un errore pesantissimo che lo ha fatto precipitare fuori dal podio, chiudendo mestamente in quarta posizione a oltre venti secondi dal vincitore. Menzione per Daxton Bennick, che chiude la top 5, mentre i nomi che molti si aspettavano di vedere davanti sono rimasti invischiati nei canali di una Daytona che non ha fatto sconti a nessuno.
Ci sentiamo la prossima settimana.
(Image supercrosslive.com)



















