QUEL SABATO AL FAST
Cattivo, in moto poteva essere davvero cattivo. Inutile girarci intorno se doveva passare lo faceva usando anche sistemi poco ortodossi. Io con Chandler ci ho corso. In una delle prime edizioni del Fast Cross, la gara voluta da quello straordinario precursore dei tempi che risponde al nome di Giorgio Saporiti.
Erano gli anni in cui avere la licenza senior (internazionale) significava aver fatto un percorso per il quale, stagione dopo stagione, ti meritavi la promozione tra i “pro”. Diventavi senior solo se la Federazione Motociclistica Italiana, attraverso il verbo di uno dei suoi commissari tecnici, dava il consenso. La FMI, allora tutto fuorché delegittimata dai promoter, dava l’ok. A quel punto era a discrezione della famiglia Saporiti accettare o meno l’iscrizione alla gara, rivolgerti o meno l’invito a quello che per molti anni fu l’appuntamento principe di settembre.
Chandler fu uno dei primi piloti con passaporto americano a raggiungere l’impianto De Maria di Arsago Seprio. Ed il mio contatto (perché di contatto si deve parlare) con lo statunitense avvenne in uno dei turni di prove libere del sabato pomeriggio. “Magoo” pascolava tra una curva e l’altra dopo aver fatto i suoi giri veloci. Dal canto mio provavo a fare quanto era nelle mie possibilità in un tracciato tra i più tecnici e selettivi del periodo. A metà degli anni 80 bastava poco per creare imbarazzo: le whoops ed il sussidiario del supercross vennero introdotti solo più tardi. Oggi la pista di Saporiti non farebbe paura ad un pilota alle prime armi, ma a quei tempi vi posso garantire che trovare ritmo ed armonia in quel budello tortuoso era davvero difficile.
RICORDO CHE PASSARE CHANDLER FU COME INNESCARE L’ESPLOSIVO. La sua reazione fu istintiva e irrazionale tanto da produrre un risultato per me devastante.
In una frazione di secondo Danny smise di passeggiare, si aggrappò alla manopola del gas ed appena ne ebbe l’occasione mise le ruote della sua KTM 250 sulle mie. Ero a metà curva in fondo ad una delle brevi ma impegnative discese del tracciato. La sua ruota anteriore mi accarezzò il gambaletto dello stivale prima di colpire la porzione di moto che sta tra forcella e radiatore. Non so per quale fortuna riuscii ad evitare di diventare pellicola delle grosse gomme che delimitavano il tracciato. Forse perché non doveva essere un colpo da KO ma un avvertimento forte. Rimasi in sella a fatica e capii cosa rappresentasse il T-Bone per gli americani.
Ho rivisto con piacere Danny Chandler in occasione del Nazioni di Franciacorta. E sono tornato su quell’episodio che a me ha solcato la mente ma che lui evidentemente non poteva ricordare. Incontrarlo è stato un piacere. Gli appassionati della mia generazione lo ricordano per quel frontino rivolto all’insù rigorosamente nastrato al casco; eppoi per quel modo di saltare. Sdraiava la moto in volo compiendo una innaturale torsione del bacino. Stava seduto in sella e portava il manubrio perpendicolare al terreno. In quel momento le ruote erano parallele alla pista. Il tronco rimaneva eretto, le gambe seguivano la moto. Il suo corpo sembrava spezzarsi in due formando un angolo di 90 gradi. L’inclinazione della moto (piatta) era tale che la mano più vicina a terra non poteva impugnare la manopola. Che al contrario veniva stretta tra pollice ed indice. L’altra mano chiudeva lo sterzo e completava la sua corsa quasi sull’addome. Era un gesto fantastico. Difficile da ripetere.
Magoo era spettacolare, un sapiente interprete della guida influenzata dalle gare indoor. Il cross europeo di qualsiasi livello fosse non conosceva ancora quella tecnica per cui la moto poteva essere così ri-maneggiata in volo.
Dopo averlo letto soprattutto sulle pagine di MOTOCROSS (allora la parola web non era parte integrante del nostro vocabolario) in Italia il grande pubblico lo conobbe per gli appuntamenti di fine stagione: i Nazioni a cui prese parte, le gare di supercross eppoi per quel campionato del mondo 500 che Magoo Chandler corse con la KTM ufficiale nel 1985.
Fu un incidente nella gara di Supercross di Bercy a costringerlo alla sedia rotelle e conseguentemente ad una vita difficile. Era il dicembre 85 e quando cadde guidava già quella Kawasaki con cui avrebbe dovuto correre la stagione successiva.
Tra mille difficoltà cercava di stare vicino al nostro mondo dispensando consigli in materia di sicurezza. Fino a quando un arresto cardiaco ce lo ha portato via martedì 4 maggio. Danny si è spento all’età di 50 anni.
EDOARDO PACINI










