Damon Bradshaw. The Beast From The East
di Eric Johnson
“The Beast From The East”, uno dei più talentuosi, mercuriali e sensazionali piloti della scena crossistica americana a cavallo degli Anni 80/90. Siamo stati a casa di Damon Bradshaw, nell’Idaho, per sapere un po’ di lui e di come si “fumò” il titolo Supercross nel 1992. Quell’anno Bradshaw fu vicino a vincere il titolo classe 250 ma proprio all’ultima gara il sogno s’infranse dietro una prestazione in finale a dir poco disastrosa. Presosi una pausa dal lavoro di taglialegna in vista dell’arrivo di una tempesta, Damon, che partecipa da anni al Monster Jam Tour, ha trascorso un’oretta con noi per raccontarci un po’ di sé e di quel drammatico giorno.
Durante la tua carriera, che va dal 1989 fino al 1997, hai vinto alcune delle più importanti gare di motocross al mondo. Cosa ti ha portato a correre attualmente su dei mostri a quattro ruote da 1.500 cavalli?
“Quando allaccio le cinture sul mio truck provo le stesse sensazioni di quando correvo in moto. Specialmente quando sei in uno stadio con un buon numero di spettatori, sento la stessa pressione, in questo tipo di gare hai una sola chance. Anche un minimo errore lo paghi con l’eliminazione. Nel Supercross ci sono prove libere, qualifiche, semifinali, last chance e poi il main event. Le sensazioni che provo a correre il Monster Jam sono paragonabili alla prima gara Supercross di Anaheim. Sei dentro lo stadio solo con te stesso, e non è facile essere sempre al top come vorresti. Non c’è differenza rispetto a una gara in moto: ci sono giorni buoni e altri meno, dentro i quali ci stanno un sacco di cose. E ancora oggi ciò che voglio è vincere. Facciamo gare, freestyle e sono felice di far parte dello show”.
Come ti sembra il Supercross di oggi rispetto ai tuoi tempi? Molte cose sono cambiate, dal numero dei piloti a come ogni cosa segue una rigida disciplina.
“Ho visto abbastanza per capire quanto tutto sia così diverso da allora. Sono stato al GP di Charlotte e di recente ho pure guidato la moto di Justin Barcia. Parlando col suo meccanico ho scoperto quanta gente lavora dietro quella moto e quanta è coinvolta con il pilota. Quando Justin rientra da una sessione, deve discutere con lui di ogni parte della moto, che sia la mappatura o gli pneumatici. Poi ci sono le figure del trainer e del nutrizionista. Pazzesco. Per quanto ho potuto notare, la grande differenza è la moto. Quella di Barcia ha ben dieci mappe diverse, incredibile. Ricordo di aver sentito un sacco di piloti della velocità arrivati quando è comparsa l’elettronica sulle moto che, in pratica, non hanno mai avuto a che fare con la gestione del gas. Totalmente distante da come si correva ai miei tempi. Di conseguenza sono cambiate anche la tecnica e le piste. Non mi piacciono particolarmente quelle di oggi, sono una sorta di contest di salti. So che agli appassionati piace così e i piloti fanno cose incredibili, ma ritengo non siano gare molto veritiere. Certo, c’è sempre l’outdoor, ma purtroppo anche lì manca un po’ di genuinità. Ci sono un sacco di appassionati che vorrebbero vedere un tipo di gare più crude”.
Non voglio metterti le parole in bocca, ma con queste potenti 450 e i giri da 50 secondi del Supercross, tutto inizia a sembrare uguale…
“Già, è veramente così. Col fatto che le moto sono così performanti è difficile fare una distinzione fra piloti buoni e meno buoni, alcuni sembrano meglio di quanto effettivamente non siano. Al livello in cui sono oggi le 450, anche un mediocre può far bene. Sarebbe interessante poterli vedere all’opera su una 250 2 tempi. Con un 450 è meno difficile perdere secondi stando dietro qualcuno, con il 2 tempi è diverso, non basta un colpo di gas per recuperare un errore. Come dicevo, il Supercross di oggi è una sorta di jumping contest, sembra stiano più in aria che in terra. Mi è invece piaciuta molto la Monster Cup, la pista mi è sembrata interessante e c’è stato un po’ di quella ‘crudezza’ di cui parlavo prima. Anche il GP di Charlotte mi è piaciuto molto, non il solito GP, più in stile Supercross senza tuttavia essere una gara di salti. Ampie curve e tratti anche ad alta velocità, un bel mix di tecnica di guida davvero bello da vedere. Quando vedi uno come Cooper Webb risalire dal fondo e piazzarsi davanti a tutti è uno spettacolo, e non puoi dire che in pista c’erano gli scarsi, quelli sono tra i migliori piloti al mondo”.
D’accordo con te. Mi piace vedere sfrecciare le moto in pista più che un branco di canguri saltellare qua e là…
“Già, davvero. Ecco perché non vedo l’ora di vedere qualche gara di National quest’anno. Mi piacerebbe andare a Unadilla, una di quelle piste che mi è rimasta in testa, e poi anche Mount Morris e Washougal. Ce ne sono un po’ che vale la pena vedere. Quella che odiavo più di tutte era Troy, in Ohio, perché gli organizzatori la facevano in stile Supercross. Che stronzata, e purtroppo è dove il motocross sembra stia andando”.
Dopo aver perso il titolo Supercross nel 1992, McGrath ha spiccato il volo nella 250 dominandola per anni. Poi è venuta l’era di Carmichael, dopodiché sono iniziate quelle di Villopoto e di Dungey. Cosa pensi di questi Campioni?
“Sono tutti ragazzi di grande talento. Non avrei mai immaginato che ognuno di loro potesse vincere così tanto. Per McGrath, Carmichael e Villopoto era il loro momento, come lo è stato per Dungey. Hanno dominato la scena per anni, vincere quanto hanno vinto loro senza essere battuti è difficile spiegarlo anche solo a parole. Carmichael è quello che mi è rimasto più impresso, è stato capace di avere tantissimo successo e di chiudere la carriera al top come Dungey. Quasi nessuno lo fa, perché la voglia è quella di continuare. Lo ammiro perché ha sempre avuto la volontà di lavorare giorno dopo giorno per diventare sempre più forte, mentre il mio problema era che se non mi sentivo di grado di vincere mi passava la voglia di scendere in pista. C’è chi si accontenta di un quarto, quinto o sesto posto. Io no! Penso a quanti ragazzi che non hanno mai vinto niente, né un Supercross né un National. A quanta poca gente ci sia riuscita davvero. Specialmente di questi tempi. In un certo senso mi fa sentire bene se confronto i miei numeri, le motivazioni e lo stile di vita con i loro. Mi ricordo quando purtroppo facevo quarto o quinto, o qualsiasi altro piazzamento, ma non succedeva spesso, perché se non riuscivo a vincere che senso aveva essere lì?
Un giorno domandai a un pilota che viaggiava costantemente tra la sesta e la decima posizione come potesse trovare motivazioni nel lavoro di tutti i giorni. Come riuscisse a scovare risorse interiori se mai poteva combattere per la vittoria. Sai che mi ha risposto? Che lui correva in una ‘comfort zone’ senza dover spingere al 110 per cento o addirittura al 100 per cento, perché così avrebbe continuato a prendere uno stipendio, mentre per fare un quinto avrebbe dovuto spingersi oltre quella soglia col rischio di infortunarsi e di non prendere più neanche un centesimo. Da un certo punto di vista può essere comprensibile guardare la tua carriera in prospettiva, ma per me non era così, avrei smosso mari e monti per salire sul podio. E, per di più, se su quel podio salivo per secondo non mi andava giù lo stesso. Credo che questa sia la chiave per quei piloti che hanno avuto successo: avere la mentalità vincente”.
Nei suoi anni gloriosi si notava chiaramente che a Jeremy piacesse davvero quello che faceva e i suoi fans si divertivano, mentre Carmichael e Villopoto, per loro stessa ammissione, davano comunque sempre tutto, ma in modo un po’ più serio, come se non si stessero realmente divertendo. Anche tu mi ricordi un po’ Ricky e Ryan quando correvi…
“Credo di sì. Avevo la faccia da gara, ero lì per una sola ragione, quella di vincere e nient’altro. È difficile per i ragazzi di oggi prendere la gara come un divertimento. I tempi sono cambiati da quando io, Jeremy e Ricky correvamo. Ora hanno più preoccupazioni, a volte sono le gomme, altre le mappe del motore, oppure il meccanico o il preparatore e via di questo passo. La pista prende un sacco di tempo ai ragazzi. Al GP di Charlotte ho fatto due chiacchiere con Cooper Webb e Justin Barcia. Volevo solo salutarli e stringere loro la mano, senza parlare di gara, perché so che non è facile scollegare la mente da ciò su cui sei concentrato per discutere con qualcuno. Ai miei tempi non c’era molta gente in giro cui dover dar retta. Jeremy è sempre stato attento alle pubbliche relazioni, ma oggi i tempi sono cambiati, le moto e tutte le persone coinvolte nel team ti portano via molto tempo. Non credo che i fans sappiano quanto tempo porti via una gara ai piloti e quanto sia importante per loro essere perfetti ogni fine settimana”.
A proposito, cosa ne pensi di Cooper Webb? Non solo perché entrambi venite dal Nord Carolina, ma in qualche modo uno mi ricorda l’altro.
“Ha avuto modo di parlare con suo padre prima di conoscere Cooper, anche se ovviamente sapevo chi fosse. Quando mi sono ritirato, Cooper non era nemmeno nato ed ora la gente lo chiama col mio vecchio soprannome ‘Beast From The East’, ma non ho idea di come si senta in merito. A inizio carriera c’era chi diceva che somigliassi a Bob Hannah e la cosa mi faceva onore. Ma non conosco Cooper al punto di dire se mi assomigli o meno. So solo che è un bravo ragazzo, molto umile ed è stato un piacere parlare con lui”.
Torni mai con la memoria ai giorni della tua carriera? Non hai mai vinto un titolo fra i big, ma hai vinto molte gare importanti.
“Onestamente non ci penso, quando la gente me lo ricorda non so spiegare l’emozione che provo per quei giorni. Sono sempre stato, e lo sono ancora, una persona umile, non parlerei mai di proposito del mio passato a meno che non me lo chiedano. Ma, al di là di tutto, è sempre un momento molto speciale quando sento la gente ricordarsi ancora di me”.
Quella finale al Coliseum di Los Angeles del 1992 fu frustrante, vero?
“Ovviamente. Ho sempre saputo gestire bene la pressione. Ma quel giorno onestamente avvertii una certa ostilità nei miei confronti, in pochi volevano vedermi vincere, di piloti nemmeno uno, li avevo tutti contro. Non che mi aspettassi favori, però avvertivo una strana sensazione, come se qualcosa potesse andare storto. Infatti, andò storto. Non fu colpa di nessuno, solo mia. La testa mi abbandono. E persi tutto sul più bello”.
(Images Monster Energy e Frank Kunn)





















