
Senza filtro Nel nome di Larry
La notizia che cala un velo di tristezza in una serata esaltante viene rilasciata da Ken Roczen pochi istanti dopo aver tagliato il traguardo. Al termine dell’analisi tecnica, Kenny dedica la vittoria a Larry Brooks, team manager della sua squadra e soprattutto prezioso amico, assente a causa della sua battaglia contro una grave malattia:
“I want to make him proud, I want to make us proud, and it just feels like, I guess, a little bit honored to be able to ride for him because of his history in the past with champions and all the riders that he has represented and done really cool things with.” (traduzione LINK).
Certi della resilienza dell’ex pilota e splendido professionista che è oggi, auguriamo a Larry di tornare ai box ASAP.
Non è stata la pista più spettacolare dell’anno, e nemmeno la più selettiva sulla carta. Eppure, Glendale ha fatto quello che il Supercross fa meglio: separare chi insegue il cronometro da chi ha una visione globale della gara. Il State Farm Stadium ha chiesto soprattutto lucidità e chi non l’ha avuta, ha pagato.
Roczen vince. E già qui qualcuno storcerà il naso, perché nel 2026 c’è ancora chi si stupisce se Ken vince ancora una gara di Supercross. Come se la memoria collettiva si azzerasse ogni due stagioni. Ma non è la vittoria in sé a colpire. È il modo. Nessuna foga, nessuna necessità di dimostrare qualcosa. Ha lasciato che la gara arrivasse da lui, come fanno quelli che hanno già visto tutto e non hanno più bisogno di forzare il destino. Quando Hunter Lawrence ha guidato la finale con autorità, Ken ha osservato. Quando il ritmo si è stabilizzato, il tedesco ha colpito inanellando giri record (suo il passaggio veloce). Senza rumore. Senza sbavature. Una vittoria che pesa più psicologicamente che nel punteggio.

Hunter Lawrence esce da Glendale con la Tabella Rossa (prima volta in carriera dal 2020) e, paradossalmente, senza aver mai vinto un main event. Ma se c’è una sera che certifica il suo status, è questa. Gestione perfetta, partenze finalmente all’altezza, ritmo costante, zero errori macroscopici. Non ha forzato quando Roczen l’ha passato. Ha incassato. Ed è esattamente ciò che fa un pilota da campionato.
Non è ancora spietato, ma è tremendamente affidabile. E in questo Supercross, l’affidabilità è oro.
Cooper Webb continua a fare Cooper Webb. Non il più veloce, non il più elegante, ma sempre lì. Terzo posto che sa di consolidamento più che di exploit. Il campione in carica non dà segnali di dominio, ma nemmeno di cedimento. Sta sopravvivendo, e chi conosce Webb sa che quando smette di sopravvivere e inizia ad attaccare… di solito è tardi per tutti gli altri.
Eli Tomac, invece, paga una serata scomoda come un peccato mortale. Contatto alla prima curva, gara compromessa, rimonta furiosa ma sterile agli esordi. Un dodicesimo posto che racconta poco della sua velocità e molto della prima regola del fight club del Supercross; non conta quanto vai forte, conta quando puoi farlo. Eli non ha perso smalto, probabilmente ha soli iniziato a perdere margine. E quando il margine si assottiglia, ogni imprevisto diventa una sentenza.
Chase Sexton? Veloce? Forse. Ma ancora una volta prigioniero della propria ossessione. A Glendale non gli è mancata la moto, non gli è mancato il passo. Gli è mancata la possibilità di trasformare il potenziale in risultato. E nel Supercross, il potenziale non vale punti. Come sempre il talento non è in discussione. La continuità sì.
Jorge Prado continua a vivere il Supercross come un esercizio di adattamento. Buone partenze, buone fasi di gara, ma ancora lontano dalla zona in cui si decide l’esito finale. Sta imparando, e lo sta facendo senza drammi. Per adesso sta vincendo la sua scommessa. In sella alla “sua” moto è tornato dove tutti si attendevano. Molto giovane in un campionato dominato da piloti vintage che inesorabilmente avranno poche primavere agonistiche davanti a loro. La puntata buona è sul lusitano e KTM ha fatto bene ad abbracciare il figliol prodigo.
Nota a margine, ma non troppo: Ducati. Glendale non regala titoli, ma regala dati. Ferrandis porta a casa un’altra gara solida, utile, intelligente. Nessun lampo, ma nemmeno passi indietro. Il progetto cresce come deve crescere: senza rumore, senza proclami. Ed è forse la cosa più italiana possibile fatta bene.
Haiden Deegan. Talento smisurato, carisma fuori scala, autocontrollo ancora in costruzione. A Glendale sempre sugli scudi combattendo con una concorrenza evanescente. La sua reale consistenza si potrà apprezzare solo quando il suo ego e la sua tecnica si confronteranno con i ragazzi grandi. Sarà forte abbastanza da permetterselo? Forse sì. È furbo abbastanza per comprendere i limiti? Forse no. Il confine tra “personaggio” e “problema” è sottile. E Danger Boy ci cammina sopra ogni sabato sera.
Glendale non ha fornito certezze né indicato un dominatore. Ha però ribadito un concetto sempre attuale; non vince chi va più forte, ma chi sbaglia meno. E in un campionato che continua a cambiare volto ogni sabato sera, l’unica vera incognita resta capire chi sarà capace di restare in piedi quando gli altri inizieranno a perdere equilibrio.
Ci sentiamo la prossima settimana.
(Image HEP Suzuki, Feld Motorsports, Transworld MX, HRC media, KTM Media, Ducati USa)



















