Senza filtro L’anno del cavallo di Fuoco
“Ed ecco uno fuori! Mi dispiace, ma ora non sappiamo più chi vincerà.”
“Zep, io punto tutto su Tomac; l’ho visto poco, ma in sella a quel telaio di ferro mi ha entusiasmato. Era francamente lontano da una messa a punto quantomeno decente, viste le poche ore di test, ma sulle whoops volava da una cresta all’altra!”
“Può darsi, e anche io escludo Sexton, ma Webb è un cagnaccio ed è sempre lì; oltretutto ha imparato a chiudere il gas più di Tomac. Certo, mi piacerebbe vedere Lawrence senior sugli scudi, e ancora di più Roczen per un last dance da film.”
“Se Kenny arriva all’ultima gara in lizza per il titolo, ci presentiamo noi tre sugli spalti. È una vita che lo stiamo programmando, e questa potrebbe essere l’occasione perfetta per quella famosa birra.”
Questo breve scambio di battute con uno dei miei “fratelli” di tassello (Zep Gori) ha riacceso l’urgenza mai sopita di tornare a battere sui tasti per qualche digressione sullo spettacolo più avvincente del pianeta: il Supercross. Ancora qualche ora e si riaccenderà l’alchimia. Colori, suoni, truck, arene, moto, team e piloti animeranno la notte nello stadio degli Angeli, che segnerà l’inizio di una sfida che si protrarrà per diciassette appuntamenti. Difficilissimo fare pronostici, oltretutto dopo l’infortunio del super favorito Jett Lawrence (caviglia fratturata, lo rivedremo a maggio per il National). Un pensiero veloce sui possibili protagonisti, però, lo possiamo azzardare. I cavalli su cui puntare sono sempre i soliti, e forse qualcuno ha nella motivazione, indotta dai cambi di casacca (imposti più che cercati), il quid che a certi livelli può fare la differenza.
L’ho già dichiarato, ma forse romanticamente spero che Eli Tomac sarà tra gli assoluti protagonisti negli stadium di questo 2026. Vero, l’età anagrafica lo penalizza rispetto alla concorrenza, così come il cambio di moto e team, e soprattutto la possibilità non remota di infortunarsi, visti i recenti eventi. Ma è altrettanto certo che la granitica squadra KTM, all’ombra dell’eminenza grigia di Roger De Coster, sarà capace di assecondare e motivare il fortissimo pluricampione di Cortez. Le prime uscite in sella all’arancione hanno permesso di osservare Eli alle prese con un telaio dalle caratteristiche totalmente diverse da tutto ciò che ha guidato fino ad oggi. Se è certo che in questo stralcio temporale della sua carriera la discriminante numero uno nelle sue scelte sia stata dettata dal dollaro, dopo averlo visto in sella è altrettanto sicuro che non si limiterà a un’ultima tournée per salutare i suoi fan.
Cooper Webb, il campione ma soprattutto l’eterno underdog. Mai protagonista fuori dai tracciati, lontanissimo dall’essere un trascinatore di folle, ha nella sua resilienza l’arma che gli ha permesso di primeggiare nella massima categoria. Non molla mai la presa e negli ultimi giri/minuti la sua azione è micidiale. Se parte male rimonta senza sosta, se parte bene non sbaglia e soprattutto commette errori sul campo prossimi allo zero. Chiunque vorrà strappargli lo scettro dovrà lottare fino all’ultimo metro dell’ultimo main event.
Chase Sexton. Due rette parallele tratteggiano la perfetta simmetria dell’uomo: capacità e inadeguatezza. In assoluto, uno dei piloti più dotati di estro, tecnica e stile. A tratti, e sono stato indulgente, incomprensibile fino al punto di aver costretto alla resa i massimi dirigenti Orange. Indipendentemente dal colore della moto cavalcata, solo se tutte le costellazioni si allineano, Chase è capace di mostrare al mondo le meraviglie di cui è capace. In modo speculare, blackout dai tratti imbarazzanti e soprattutto incomprensibili lo hanno posto nella condizione di vanificare il lavoro di mesi e forse anni, gettando al vento risultati acquisiti, ossia titoli. Lasciare KTM per raccogliere i cocci di un team e di una moto capaci di essere domati dal solo Romain Febvre lascia, a dir poco, stupiti. Se primeggerà, sarà un eroe in patria e il munifico sponsor bibitaro lo ricoprirà d’oro. In caso contrario, le chance per dare un senso a una carriera che poteva essere già stellare si ridurranno al nulla cosmico.
Ken Roczen. Nei scorsi mesi tutti lo davano già accasato sulla nuova Rossa, ma ancora una volta KRoc ha scelto Suzuki e con lui anche il nuovo compagno Jason Anderson, che ha finalmente (citazione) chiuso con la KXF. I sussurri che si sono inseguiti per circa un anno citavano contatti e forse anche un test, dal quale non è sfociato l’accordo che inizialmente prevedeva solo il campionato outdoor e qualche selezionata prova di Supercross (esattamente come Eli Tomac, che è salito per alcuni test sulla Ducati prima di siglare l’accordo con KTM). Poi è prevalso cuore e testa, forse proprio in questo ordine. Il tedesco naturalizzato yankee ha fatto bancomat con il consueto inutile torneo mondiale Supercross, tra l’altro neanche concluso, per poi dedicarsi con la sua family/squadra alla preparazione dell’ultimo ballo dentro gli stadi. Se solo la forma fisica lo sosterrà negli ultimi massacranti minuti delle finali, e magari per tutte le diciassette prove, potrebbe veramente materializzarsi una magia. E stavolta con Zep e il Direttore centellineremo lo spettacolo dell’ultimo appuntamento seduti insieme sui gradoni del Rice Eccles Stadium di Salt Lake City 😉
Hunter Lawrence. La favola del brutto anatroccolo si è conclusa al termine dello scorso Motocross delle Nazioni. Il senior è meno veloce, meno bello, meno personaggio e quasi sicuramente meno acclamato del Bro. Però ha un pregio che ai più sfugge: la voglia feroce di dimostrare che può essere il comandante della nave. Hunter è costantemente lì davanti, con meno errori, più costanza e adesso anche con il ruolo di prima guida del team HRC, che da lui si aspetta un solo risultato. State certi che il ragazzo australiano giocherà l’all in fin dall’esordio.
Jorge Prado. E adesso come la mettiamo con il campionissimo galiziano? Ha salutato l’Europa, il Mondialcross, il gruppo austriaco tutto, sponsor energetici e tecnici, per approdare sulla moto verde e in braccio a tutt’altra industria. Proclami ai quattro venti sulla bontà delle scelte effettuate! Poi, schiaffi a mano piena sul volto. Non uno sotto forma di infortunio, che ci poteva anche stare. Labbrate sotto forma di quasi mortificazione in ogni terreno e specialità, finanche sull’amato torneo outdoor, dove chiunque lo avrebbe dato quasi vincente fin dall’acchito. Sappiamo bene come è andata a concludersi una liaison mai sbocciata. Ha talmente fatto incazzare tutta quella galassia, che perfino lo storico tecnico del suo ex team ha tuonato parole di fuoco appena un secondo prima dell’ufficializzazione del divorzio. Adesso è tutto sul tavolo. Tanta cenere sulla testa, nessun ingaggio ma solo una scala premi in base ai piazzamenti: questo l’accordo trangugiato per tornare in collo a mamma KTM e sponsor annessi. I ben informati narrano di sessioni massacranti in moto e non, nel campo di concentramento di Aldon Baker. Stavolta penso che sarà una storia totalmente diversa, visto che per un quattro volte campione del mondo non può essere reale il valore indotto dal 35° posto ottenuto nello scorso campionato all’aperto.
Justin Barcia, Dylan Ferrandis e Ducati Troy Lee. Due parole per il debutto mediatico più atteso di questo primo scorcio di stagione. Iniziamo dalle note alte: Troy con i suoi uomini e Factory Connection rappresentano una garanzia totale. Hanno già dimostrato che con un pistone diverso e soprattutto con dei leveraggi ridisegnati, si può addomesticare e plasmare la Desmo450. In tutto questo, una certa lontananza da Bologna forse faciliterà la progressione del progetto… Le note più basse partono sempre dallo stato di avanzamento dei lavori sulle moto. I piloti, entrambi over thirty, ritengo che siano un’ottima scelta, che consentirà al team e alla casa madre di procedere nell’approccio senza troppa pressione indotta da un campionissimo. Barcia e Ferrandis hanno bruciato ettolitri di benzina in ogni dove e hanno l’esperienza necessaria per far progredire il progetto. L’unico vero quesito, che sfortunatamente riguarda anche il vecchio continente, concerne l’evoluzione di una moto che (lo scrivo sottovoce) ha avuto qualche problema ciclistico di difficile risoluzione. Abbiamo però un dato incontrovertibile: Ducati non ha mai fallito un obiettivo, gettando sempre il guanto della sfida nell’arena più sanguinosa. Hanno competenze, uomini e soprattutto la storia dalla loro parte. Sarà solo questione di più o meno tempo, ma state certi che le Rosse di Borgo Panigale saliranno in vetta alla classifica.
Ci sentiamo tra una settimana
(Image KTM, HRC profile IG J.Lawrence, K.Roczen, C.Webb, Ducati Usa)


















