Senza filtro Il formalista
Come mi aveva suggerito un caro amico che di ragazzi ne ha cresciuti molti: “Se non vince nemmeno stanotte, si è bevuto il cervello”. Difficile dargli torto soprattutto in virtù del quasi secondo pieno che Chase ha sistematicamente rifilato a chiunque era in pista fin dalle libere. Se l’uomo è stato perfetto la macchina verde lo ha assecondato, quasi incredibilmente, alla perfezione. La KXF è mutata radicalmente rispetto alla moto scesa in pista due settimane fa nel solito stadio. Un lavoro incessante dei tecnici della casa di Shozo Kawasaki ha trasformato una moto imprecisa in una lama capace di inserirsi in curva senza alcuna esitazione percorrendo la linea per poi puntare in assetto perfetto alla svolta successiva. Esuberante la perfezione per la triade telaio, sospensioni e motore per pensare solo ad un intervento sulle unità elastiche. La parte incomprensibile risiede su come sia stato possibile che in una stagione intera un quattro volte campione del mondo non sia stato in grado di orientare i lavori…
Così dopo quattro anni e 53 main event Sexton è succeduto a Jason Anderson riportando sul gradino più alto del podio una Kawasaki 450. Nonostante il netto gap prestazionale, il ruolino di marcia di Chase non è stato lineare fin dalle fasi preliminari della gara quando ha toccato terra nella temibile curva sabbiosa, interpretando maldestramente la traiettoria. Financo la preparazione del tracciato non era nelle sue corde; stato d’animo che ha manifestato quasi platealmente ai track designers additati di aver reso il fondo troppo morbido e quindi scavato anzitempo. Nonostante tutto, con una condotta irreprensibile, ha staccato bene dal cancello, ha lottato nelle fasi più calde della gara ed una volta in testa ha “solo” dovuto guardarsi le spalle dall’imperioso ritorno di Lawrence negli ultimi secondi di gara. Da stigmatizzare ancora una volta l’estrema correttezza dei primi attori, compreso Sexton, che memore della diatriba innescata dal ruvido contatto di qualche giorno fa con Cooper Webb, ha aspettato molto più di qualche secondo per affondare il colpo vincente sull’ottimo Jason Anderson.
“È stato il mio miglior inizio di stagione in Supercross, ed era esattamente quello che volevo. Abbiamo ancora molte gare da disputare. È stata una gara davvero bella”.
La chiusura della conferenza stampa post-gara ha ben chiarito lo stato d’animo di Hunter Lawrence, che forse si sta finalmente liberando dalla pesante ombra del fratello infortunato. Un riscatto, o meglio, un percorso iniziato già alla fine dello scorso anno quando dominò il Nazioni. Nello specifico, partenze perfette, accompagnate da un’indubbia velocità e da un pressing magistrale nelle fasi finali delle gare, lo hanno reso uno dei fantastici “Fab Five” additati al bersaglio grosso. Se eviterà performance anonime e se saprà capitalizzare l’indubbia crescita prestazionale, potrebbe diventare l’erede naturale del già consacrato consanguineo.

Se gli avessero sussurrato che nelle prime gare avrebbe ottenuto due nette vittorie e un podio, forse avrebbe sorriso anche lui. Eppure, Eli Tomac adesso rappresenta il benchmark della top class. Se prima poteva essere una percezione, adesso è una certezza. L’età anagrafica nel Supercross non rappresenta più un limite ma un valore aggiunto. Probabilmente è cambiato qualcosa nella preparazione fisica o semplicemente nel modo di preservarsi, stagione dopo stagione. Il muro quasi invalicabile dei 27/28 anni, che fino a poco tempo fa rappresentava lo spartiacque tra leggende e pensionati, adesso è stato travolto da una new wave che abbraccia entrambe le sponde dell’oceano. Tornando al main event, c’è poco da commentare con un ruolino di marcia così. Forse l’unico aspetto degno di nota è l’atteggiamento del pluricampione che, nel corso dei venti giri della finale, è apparso a tratti in modalità d’attacco e qualche istante dopo in difesa. Dato certificato sia dai tempi che, soprattutto, dalle dichiarazioni di Eli a fine gara. Resta il fatto che, ancora una volta, il cameo della serata spetta a lui; quando, con gli spettacolari cambi di passo nelle sezioni tecniche, ha sorpassato i suoi diretti avversari.
Hanno un pessimo vizio molti degli spettatori presenti sugli spalti del Supercross americano. Alla bandiera a scacchi salutano la curva e se ne vanno perdendo molto dello spettacolo che hanno pagato. Anderson, quarto al finish line e soprattutto leader per molti passaggi del main event, al termine della gara è stato il primo a congratularsi con Rango, suo suo meccanico storico nel lungo periodo che ha militato in verde. Gesto bello che diventa quasi un ossimoro se accostato al carattere schivo del pilota e soprattutto ruvido in pista del nuovo teammate di Roczen. Per quanto concerne la perfomance Jason sta lentamente e incessantemente scalando il ranking dei ragazzi buoni. Le ultime appannate apparizioni in sella alla Kawasaki stanno evaporando da quando è salito in sella alla vecchia Suzuki che pare ancora tra le moto più equilibrate del lotto. Non sarà un pretendente al titolo, che per altro ha gia dimostrato di poter conquistare, ma state certi che se non sarà rallentato da eventi non catalogabili nell’ordinario, a Salt Lake City occuperà con merito un posto nella top five.
Se accosti il nome del campione in carica Cooper Webb a una classifica che lo vede, dopo sole tre gare, fuori dai primi cinque con un ritardo di 24 punti, puoi solo pensare che lo abbia rallentato un guasto tecnico o un infortunio. Invece, una serie di errori veniali, più o meno indotti dalla foga o dalla sfortuna, lo hanno già collocato nella scomodissima posizione di pilota in affanno. Per lui, tanto lavoro extra sotto forma di test non programmati in Florida, nella settimana che ha separato gli appuntamenti di San Diego e Anaheim 2. Agli ultimi due svarioni (leggasi: cadute di A1 e San Diego) ha sommato una scelta del gate accanto ai migliori starter del momento, come Jorge Prado e Hunter Lawrence, che lo hanno chiuso nel main event della terza notte del SX 2026. Nonostante tutto, ha avuto il ritmo e la velocità per colmare il divario con il gruppo di testa. E forse anche la velocità per sorpassare Tomac e, di slancio, Hunter Lawrence. Ma nel momento chiave della gara ha commesso un altro errore evitabile, interpretando banalmente la stessa sabbia che aveva già castigato Sexton nelle heat. Difficile affermare che in un campionato di 17 prove ci sia già un’ultima chiamata da non fallire. Ma il prossimo sabato notte, con il primo Triple Crown della stagione, Coop non potrà permettersi cali di attenzione.
Serata complicata per Ken Roczen (ottavo); chiuso in partenza, ha commesso un grande errore al secondo passaggio, andando giù. Rimonta concreta, ma non abbastanza efficace. Ha perso il contatto con il leader Tomac, ma la vittoria di Sexton e la consistenza di Lawrence lo hanno aiutato nella classifica generale. Niente è perduto, ma deve e può fare meglio se desidera alimentare il suo ultimo sogno.
Ok, sono la Cenerentola del Supercross. Ok, fino ad ora i risultati sono in linea con le attese. Adesso però sta arrivando il momento di calare il jolly per affacciarsi verso la parte alta della classifica. Dylan Ferrandis sta dimostrando consistenza, e quindi adesso è probabile che per colmare il gap sia necessario affinare la lama rossa. I mezzi e gli uomini non difettano.
Non era la sua reale potenzialità il podio di Anaheim 1, così come non lo era il tredicesimo posto di San Diego. Per quanto mostrato fino ad oggi, Jorge Prado può ambire a un piazzamento tra la quinta e la decima piazza, con almeno due pesanti discriminanti: se parte bene e, soprattutto, se imparerà a gestire il duello ravvicinato. Se ricordate bene, aspetti che certo non poteva vantare nemmeno durante gli anni splendenti trascorsi in Europa. Personalmente ritengo che entrambe le prospettive menzionate siano di più complicata risoluzione rispetto ai quasi due secondi al giro rimediati nell’ultimo main event.
Ci sentiamo tra una settimana
(Image Ducati Usa, SupercrossLive, KTM Media, Align Media/RacerX, Kawasaki Usa, Monster Energy)
















